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DIC
2016

Editoriale lavoro ed immigrati: integrazione o disintegrazione

La crescita e lo sviluppo dipendono direttamente dalla capacità di integrare, di aprirsi a nuove componenti etniche, di valorizzare il contributo in termini di voglia di fare e di lavorare degli immigrati. Le nazioni europee con le economie più forti e maggiori opportunità di impiego sono quelle con più immigrati. Non è una questione etica, ma economica.

shutterstock_160644944Se lo sviluppo dipende dal rafforzamento dei fattori dell’identità, è chiaro come la relazione con le diverse culture e tra le persone costituisca la chiave per poter al tempo stesso rafforzare l’identità di un territorio e creare valore. Le identità chiuse sono quelle più deboli, questo vale sia per le persone che per i popoli. Da sempre, la vicenda della crescita economica e sociale delle nazioni ha a che fare con l’apertura delle frontiere. L’Italia lo sa bene: nel secolo scorso il nostro paese è stato a lungo un paese di emigrazione. Più di venti milioni di italiani hanno varcato i confini del Belpaese tra la metà dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento: questi italiani, spesso vivendo sofferenze e discriminazioni, hanno dato un enorme contributo allo sviluppo di paesi come gli Stati Uniti, l’Australia od il Canada. Con il boom economico l’Italia è dapprima diventata un paese di immigrazione interna dal Sud verso il Nord (un fenomeno che va considerato tra le cause dei mancati investimenti per il nostro Mezzogiorno) per poi dagli anni Settanta aprirsi all’immigrazione dall’estero. I temi dell’immigrazione e dell’integrazione vanno in ogni caso affrontati in modo puntuale, perché riguardano contesti, persone, bisogni e fenomeni tra loro del tutto diversi. Il tema dei rifugiati va distinto da quello dell’immigrazione economica, la questione della clandestinità va distinta dall’immigrazione regolare ed in risposta ad esigenze delle imprese.

Anche l’emigrazione degli italiani va presa in considerazione: la maggiore disponibilità dei giovani italiani laureati a svolgere una esperienza all’estero non va considerata solo figlia del bisogno, ma come un utile opportunità in un mercato del lavoro che dobbiamo necessariamente considerare europeo, anche se recentemente il Regno Unito ha provato a mettere in discussione questo aspetto fondamentale dei Trattati costitutivi dell’Unione Europea.

Per questi motivi la questione delle politiche per la regolazione dell’immigrazione e per l’integrazione ha bisogno di regole condivise tra gli Stati europei e di tenere lontani questi temi sensibili, come l’altro tema sensibile del lavoro, dai facili populismi, dalle ideologie e dalle facilonerie che il ceto politico inadeguato spesso propina a popoli, persone ed elettori superficiali. In ogni caso, se consideriamo le dinamiche demografiche, la storia mostra come quando un popolo raggiunge migliori condizioni di benessere, tende a scegliere occupazioni meno faticose e a fare meno figli e di conseguenza i “figli del boom” per mantenere le condizioni di vita ereditate dai laboriosi genitori preparano e formano la domanda di immigrati: lavoratori più disponibili e che determinano un avanzo economico. I tedeschi lo sanno bene: dai calabresi ai turchi fino ai prossimi arrivi dei siriani, la grande crescita economica della Germania di questi cinquant’anni si deve all’ingresso della forza lavoro degli immigrati. Qualcuno parla del rischio di nuova schiavitù: certamente ci sono stati episodi controversi, ma ben pochi immigrati in Germania hanno deciso di abbandonare quel paese per tornare in Italia od in Turchia, dove il più delle volte avrebbero incontrato condizioni di vita e di lavoro peggiori di quelle acquisite.

La decisione nello scorso mese di settembre del governo tedesco guidato da Angela Merkel di aprire le porte ai rifugiati non deve quindi stupire: la Germania è oggi il paese europeo più in salute ed in modo razionale il governo tedesco sa che mantenere questo stato di salute economica e sociale dipende anche dall’apporto di energie nuove. Anche i tedeschi fanno meno figli ed hanno sempre più pensionati. La scelta di aprire ai siriani non è casuale: i rifugiati politici sono spesso persone istruite ed i siriani che fuggono in Europa, in particolare, sono spesso figli della borghesia produttiva di un paese vicino all’Europa. La Germania, come la Francia ed il Regno Unito, ha già una percentuale di immigrati di molto superiore a quella di paesi come la Spagna e l’Italia (ferma intorno al sette per cento). Va considerato come la percentuale di immigrati regolari presenti in una nazione sia spesso direttamente proporzionale al tasso di occupazione ed alle condizioni di benessere: più è maggiore il lavoro più è alta la presenza in percentuale di immigrati. È una questione di domanda ed offerta, non solo di migliori opportunità, ma di reciproci vantaggi.

Si va quindi dal Nord Europa, con un alta presenza di immigrati ed un alto tasso di occupazione, per passare alla Germania ed al Regno Unito, con un dato dell’immigrazione e dell’occupazione medio alto, per scendere alla Francia, che ha condizioni molto diverse all’interno del paese, fino alla Spagna ed all’Italia, con difficoltà occupazionali e meno immigrati della media europea, per finire ai paesi come la Grecia, il Portogallo e l’Europa dell’Est, visti quasi esclusivamente come paesi di transito e con meno occupati e quindi immigrati ed in cui la presenza di rifugiati si deve soprattutto alla gestione dell’emergenza degli sbarchi e del passaggio verso altri paesi.

In ogni caso il flusso dell’immigrazione è determinato dalle opportunità di impiego e di emancipazione, non da altri fenomeni. La chiusura verso i rifugiati dei paesi dell’Est, con episodi davvero sgradevoli da parte del governo ungherese, mostra le paure e le difficoltà di nazioni di recente sviluppo e con un andamento demografico ancora in crescita. Le nazioni che fino a ieri producevano emigrati (l’emigrazione polacca è stata fondamentale per la crescita recente del Regno Unito) fanno più fatica a vedersi come nazioni di immigrazione, anche se i dati economici recenti di Ungheria e Polonia avrebbero potuto comportare un atteggiamento di maggiore disponibilità.

In ogni caso il fenomeno tedesco va analizzato con attenzione: in Germania hanno capito come tra i rifugiati ci siano alcune delle risposte di cui la società e l’economia tedesca hanno bisogno. Fra qualche decennio in Germania ci saranno circa 25 milioni di pensionati contro 40 milioni di persone in condizione attiva. Servono più persone che lavorino e che facciano figli. Se non lo fanno i tedeschi, è utile essere aperti anche ad altre popolazioni. Secondo alcuni studi, a fronte dell’andamento demografico presente nei paesi dell’Europa occidentale, per mantenere questo livello di reddito, consumi, gettito fiscale e previdenziale servirebbero da subito almeno 40 milioni di lavoratori in più. Serve mettere al lavoro gli europei disoccupati ed aprirsi agli immigrati con le competenze adatte, come hanno deciso di fare i tedeschi e dopo di loro, gli svedesi, gli austriaci e le altre nazioni europee lungimiranti.

Il caso italiano è più complesso. I nostri dati di fondo sono ancora più preoccupanti di quelli tedeschi, per via dell’andamento demografico. L’Italia vive un doppio squilibrio, che con la crisi si è aggravato:

  1. Una presenza di popolazione non più in età di lavoro che cresce, mentre cala quella in età da lavoro (15-64 anni)

  2. Un tasso di occupazione della popolazione in età di lavoro (popolazione attiva) molto più basso della media europea (57 per cento)

Si tratta di una combinazione esplosiva, che motiva la difficoltà italiana di gestire in termini sociali e politici un drastico aumento della presenza di immigrati e che spiega anche la ragione per cui gli immigrati in Italia siano presenti soprattutto in alcune regioni più ricche e siano complessivamente ben sotto la media degli immigrati presenti in paesi europei con migliori prospettive occupazionali. Il dato italiano dell’occupazione è poi aggravato da due ulteriori fenomeni: la disoccupazione giovanile e meridionale e la presenza tra i disoccupati e gli inoccupati italiani di un alto numero di persone non immediatamente occupabili o perché privi di una adeguata competenza o perché senza esperienza.

Questi fenomeni, insieme alla minore disponibilità dei giovani italiani a compiere lavori manuali (confermata da tutte le rilevazioni statistiche) rispetto agli immigrati, rende tuttavia interessante la presenza di opportunità per i lavoratori immigrati anche in Italia. I dati confermano quindi che anche in un paese che con la crisi ha avuto gravi problemi occupazionali come l’Italia la presenza di immigrati sia utile all’economia ed al lavoro: dal 2008 al 2014 abbiamo avuto circa ottocentomila italiani in meno sul mercato del lavoro, ma nello stesso periodo la presenza di immigrati regolari nelle aziende italiane è aumentata di seicentomila unità. In Italia il tasso di occupazione degli immigrati è superiore a quello degli italiani, non certo perché tolgano il lavoro agli italiani (fenomeno molto ridotto), ma per la maggiore disponibilità e la presenza di competenze spesso manuali e tecniche che i giovani italiani hanno preferito in questi anni spesso abbandonare.

Al saldo positivo degli immigrati come lavoratori dipendenti corrisponde anche il saldo positivo degli immigrati come lavoratori autonomi: mentre il dato delle imprese italiane è stato tra il 2009 ed il 2014 negativo, il saldo delle imprese avviate da immigrati in Italia è stato positivo, con una crescita complessiva del sette per cento, che porta nel 2015 le imprese guidate da immigrati con sede in Italia al nove per cento sul totale delle imprese. Non sono dati impressionanti, per chi conosce il fenomeno, ma mostrano come anche in Italia, in modo meno impetuoso, esista la stessa tendenza che si incontra nelle economie europee più forti. La conseguenza è il saldo positivo determinato dalla presenza degli immigrati: che pagano più tasse di quanto spendano e soprattutto versano all’INPS molto più di quanto incassano (l’INPS versa agli immigrati meno dello 0, 3 per cento rispetto al totale della spesa!). Nel 2014 le tasse pagate dai lavoratori immigrati in Italia hanno superato gli otto miliardi di euro e l’apporto positivo rispetto al PIL italiano vale almeno lo 0,6 per cento. Anche in Italia l’apporto degli immigrati all’economia ed al fisco è quindi di molto superiore a quanto ricevono in termini di prestazioni sociali o sanitarie.

Si tratta di fenomeni che conoscevano bene anche gli antichi: quando dopo due secoli di guerre ed espansione ai temi di Augusto i romani iniziarono a godersi la vita, capitò che sempre meno romani ed italiani facessero figli, si arruolassero nell’esercito e si dedicassero agli affari ed al lavoro. L’imperatore Augusto decise allora di aprire le porte: favorì la liberazione di milioni di schiavi, l’ingresso nei territori dell’Impero e l’estensione progressiva della cittadinanza, che arrivò al culmine dell’Impero due secoli dopo a riguardare tutti gli abitanti di quel territorio sconfinato. Ed è proprio questo il problema che ha l’Europa.

Fare politiche per regolare l’immigrazione in un territorio, come quello dell’Impero romano, che aveva lo stesso governo, la stessa politica, lo stesso diritto ed in cui dalla Scozia alla Siria tutti pagavano le stesse tasse, rispettavano le stesse regole e militavano nello stesso esercito, era più semplice. Nell’Europa di oggi, che ha regole diverse su tutto ed in cui le politiche per l’immigrazione sono decise dai singoli Stati, è invece molto più difficile. Così capita che mentre la Germania apre la frontiere, l’Ungheria a pochi chilometri, le chiuda. Forse il problema non sono i rifugiati, è l’Europa.

                                                               di Romano Benini

da Workmag

Direttore del Master in Politiche e Lavoro

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